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Francisco Maturana, detto Pacho, è un leggendario allenatore colombiano. Non solo: Francisco Maturana è un filo conduttore attraverso le tormentate vicende calcistiche del suo Paese, tra metà anni '80 e inizio del nuovo millennio. Noi abbiamo provato a riavvolgerlo, questo filo. Ne è scaturita una vera e propria serie di articoli, in nove puntate, ognuna centrata su uno specifico capitolo della vita di Pacho e, di riflesso, sulla Colombia.

Capitoli precedenti:

Introduzione

Capitolo 1 - NarcoFutbol

Capitolo 2 - Il Maturanesimo

Capitolo 3 - Libertadores

Capitolo 4 - Italia '90

Capitolo 5 - La Copa es Roja

Capitolo 6 - Manita!

Capitolo 7 - USA '94


Capitolo 8 - Gran finale

Il calcio, in Colombia, conoscerà mai la pace?

Le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane, conosciute ovunque come FARC, sono gruppi di opposizione al governo colombiano. L'anima di un conflitto interno al Paese iniziato negli anni '60 e che tutt'ora non è stato completamente appianato, nonostante gli importanti accordi del 2016. Le FARC nascono per opporsi alle squadre paramilitari, milizie assoldate dai grandi latifondisti per puntare ai terreni dei piccoli proprietari. Questi passano da una resistenza passiva a veri e propri contrattacchi, diventando negli anni '70 e '80 più numerosi e potenti che mai, grazie anche ai legami coi cartelli ed ai ricavi del narcotraffico. Dalle roccaforti nella giungla arrivano a prendere di mira persino le città. Un vero corpo paramilitare, equipaggiato come si deve, appoggiato dai sovietici in piena Guerra Fredda ed istruito da veterani del Vietnam e irlandesi dell'IRA, questi ultimi per insegnare le tecniche di guerriglia urbana. L'impegno statunitense nella lotta ai cartelli colombiani mira anche a fermare il flusso di denaro nelle casse delle FARC, flusso derivante dagli introiti della coca. Funziona, all'alba del nuovo millennio gli antigovernativi non sono nemmeno l'ombra del vero esercito degli anni '80. Ma non sono affatto sconfitti. In questo clima, nel 2001 la Colombia ospita, per la prima volta, la Copa America.

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Due settimane prima della Copa, il vicepresidente colombiano viene rapito. La CONMEBOL minaccia di spostare la manifestazione, si fa il nome del Venezuela. Risultato? L'ostaggio viene liberato dopo soli tre giorni, forse le FARC non volevano mettersi in cattiva luce agli occhi del popolo, se colpevoli della cancellazione dell'evento dal loro Paese. Nessuno spostamento, allora, ma l'atmosfera è comunque tesissima. Canada ed Argentina rinunciano, vengono allora ripescate Costa Rica ed Honduras, quest'ultima richiama i giocatori già in vacanza ed arriva a Medellin due giorni prima dell'esordio.

Dopo il fallimento di USA '94, Maturana viaggia molto, cambiando quasi ogni anno Nazionale o squadra di club. Atletico Madrid, Ecuador, Millionarios di Bogotà, Costa Rica e Perù. Finchè, nel 2001, alle porte di un'occasione unica nella storia colombiana, i vertici della Federazione non possono rischiare nulla circa la scelta del mister. Chi potrebbe offrire più garanzie di Francisco Pacho Maturana, alla guida della Colombia? Nessuno. Va in scena il suo terzo ritorno sulla panchina dei Cafeteros.

Maturana convoca pure due vecchie conoscenze di Milan e Inter. Se Mario Yepes arriverà a Milano quasi a fine carriera, lo stesso non si può dire di Ivan Ramiro Cordoba, amatissimo dai tifosi nerazzurri, ma mai quanto in patria. Capitano della Seleccion nel 2001, sulla schiena il numero 2 appartenuto ad Andres Escobar, ucciso dopo l'autogol al Mondiale '94. Quella maglia era stata ritirata per qualche tempo, ma per Cordoba la Colombia ha fatto un'eccezione. 

Quasi tutti i componenti della rosa giocavano in club del proprio Paese: Ferreira e Vargas dell'America de Cali, Cortes, Orozco e Restrepo dell'Atletico Nacional, per fare qualche nome. Dal Deportivo Cali, invece, Hernandez, Murillo e il ragazzo degli zero minuti al Mondiale del'94. Victor Aristizabal. Attaccante. 

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I gironi, per Maturana, sono pura formalità. Tre partite, cinque reti segnate, zero subite. Secco 2-0 al Venezuela, Grisales e rigore di Aristizabal. 1-0 all'Ecuador, Aristizabal. 2-0 al Cile, rigore di Aristizabal e raddoppio di Arriaga.

Quarti di finale, Colombia-Perù. Minuto 50, Hernandez dentro per Aristizabal, destro incrociato e 1-0. Minuto 66. Palla in area out sinistro, la difesa del Perù spazza in modalità suicida sui piedi di Hernandez, che ringrazia ed apre il piatto. 2-0. Minuto 69, cross dalla destra per Aistizabal, di testa indirizza sul secondo palo. 3-0 e Perù liquidato. L'impresa, però, è tutta dell'Honduras, che elimina un Brasile a pezzi, lontano parente della squadra fantastica che l'anno successivo trionferà in Corea. Semifinale Colombia-Honduras, allora.

Immediatamente, dal calcio d'inizio, la spinta di un intero Paese sembra materializzarsi sul campo. In cinque minuti la Colombia si è già abbeverata più e più volte alla fonte dell'area di rigore honduregna, con una pressione e una voglia di segnare quasi soprannaturale. Al sesto minuto arriva il vantaggio. Azione insistita al limite, confusa, palla sputata a sinistra, Bedoya la raccoglie e calcia tutto se stesso. Il sinistro si infrange nel sette opposto. Attacca sempre la Colombia, spreca tantissimo. La traversa honduregna, diretta su punizione, suona da campanello d'allarme. Bisogna chiuderla. Minuto 63. Pressing altissimo come il mister insegna, l'Honduras la perde al limite dell'area, dentro dal lato corto, cross su Aristizabal, controllo di petto e destro potente, centrale, fragorosamente in gol. E' festa grande, la Colombia è in finale.

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Minuto 65 di Colombia-Messico. La finale di questa tormentatissima edizione, in questo tormentatissimo Paese. Le gente chiede solo, per una notte, di festeggiare con la sua Nazionale, di lasciar fuori per qualche ora tutti i problemi di un territorio dilaniato da mille conflitti. Il Capitano, l'emblema di questo gruppo, non li può deludere, è compito suo. L'elevazione, lo stacco quasi sovrumano, per arrivare sulla palla messa dentro da Ivan Lopez. Cordoba prende l'ascensore, scende su un pianerottolo di teste messicane e ruota la sua, di testa, per aprire la porta avversaria. Un giro di chiave, tanto basta ad orientare il pallone sul secondo palo, e consegnare al suo popolo la prima Copa America della sua storia.

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