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Carlos Josè Castilho, il fortunatissimo portiere sfortunato della Fluminense

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La Fluminense è una delle squadre più amate del Brasile. Maglia tricolor (verde-bianco-granata), passione calorosa, simbolo di Rio De Janeiro. Da sempre è considerata la squadra dei ricchi, dei benestanti, della Rio che gode e celebra la vita. La rivale storica del Flamengo, la squadra delle favelas, dei poveri, di coloro che cercano un riscatto tutti i giorni. Etichette, forse. Quello che è certo è che i cuori che battono per la "Flu" sono pronti a dare tutto, tutto per la propria squadra. Tanti lo hanno fatto in modo metaforico. Uno solo lo ha fatto davvero. C'è una persona, un giocatore, un portiere che ha donato una parte del proprio corpo alla Flu. Se entrate nella sede della Fluminense troverete infatti una statua con le fattezze di un "Arquero" e la seguente scritta:" “Transpirar la camiseta, derramar lágrimas y dar sangre por Fluminense, muchos lo han hecho. Sacrificar un pedazo del propio cuerpo sólo uno: Castilho”.

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Se non sapete il portoghese recita così:"Bagnare la maglia, spendere lacrime e dare il sangue per la Fluminense, tanti lo hanno fatto. Sacrificare un pezzo del proprio corpo uno solo: Castilho".

Ma andiamo con ordine. Carlos Josè Castilho nasce a Rio il 27 novembre 1927. Dopo un breve passaggio in squadre minori nel 1947 arriva alla Flu. Inizia un percorso durato quasi 20 anni e chiuso nel 1965 che lo porterò a stabilire il record di presenze tutt'ora imbattuto con la maglia tricolor (697) e a farsi amare dai tifosi. E' un buon portiere, grande pararigori (anche 6 in un campionato), soprattutto sembra essere baciato in fronte dal destino: tante volte quando sembra battuto ci si mette la sorte sotto forma di un palo, di una tibia, di una spalla di un compagno o di un avversario e come per magia la palla non entra. I tifosi avversari lo chiamano "Leiteria", cioè "fortunello". Per i suoi è "Saò Castilho", praticamente un santo

Forse il destino lo vede davvero di buon occhio perché nel 1950 questo uomo molto fortunato ha un colpo di fortuna...nella sfortuna. La nazionale brasiliana (ancora dalla maglia bianca, il verdeoro arriverà dopo per motivi "scaramantici" come vedrete fra poche righe) gioca in casa i mondiali ed è grandissima favorita. Castilho è del gruppo ma è arrabbiato: il titolare è Moacir Barbosa, portiere fortissimo del Vasco Da Gama. Castilho brucia ma il Brasile va fino in finale e lui deve rassegnarsi ad assistere alla grande finale nella sua Rio dalla panchina (diciamo finale ma in realtà si giocava un quadrangolare e al Brasile sarebbe bastato anche un pareggio nell'ultima partita con l'Uruguay per laurearsi campione mentre Varela e compagni dovevano vincere). Il giorno più glorioso della storia del calcio brasiliano e tu sei in panchina...così deve aver pensato Carlos sul gol dell'1-0 di Friaca in avvio di ripresa. Gli dei del calcio però non ce l'avevano con lui, anzi volevano preservarlo: il Brasile infatti crolla e incassa una clamorosa sconfitta, il Maracanazo, simbolo di disfatta e vergogna nazionale ancora oggi. E' un trauma, alcuni tifosi addirittura si suicidano (o così almeno vuole la leggenda ma pare che sia vero anche se sembra incredibile...)

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Barbosa, colpevole sui gol uruguayani, diviene un simbolo di vergogna nazionale e sarà ostracizzato fino alla fine dei suoi giorni: la leggende vuole che nel 1994 prima di un Brasile-Uruguay decisivo per la qualificazione ai mondiali Barbosa venne fermato all'ingresso, ormai anziano, lasciato fuori in quanto simbolo di sfortuna. Perfino la maglia da bianca diventa verdeoro: porta sfortuna, dice la federazione. La fortuna, per i brasiliani, conta. 

Castilho torna al suo Fluminense e miete parate su parate. Lo aiuta un particolare: è daltonico. Una sfortuna, quando il pallone è bianco (si confonde di più) ma una fortuna quando è giallo (lo vede rosso, lo nota di più) e ovviamente nel suo tempo vanno di moda i palloni colorati. La fortuna lo aiuta, al solito.

Nel 1954 torna ai mondiali e stavolta è titolare. Il Brasile però ai quarti incontra l'Ungheria, una super-squadra, ed esce. Ci può stare, i magiari sono fortissimi, ma in Brasile perdere è una tragedia e a fine partita scoppia il far-west. Castilho, uomo buono, vede un fotografo brasiliano colpire un poliziotto svizzero e con le buone trattiene il poliziotto mentre si rialza permettendo al fotografo di scappare ed evitare l'arresto

Poco male, comunque. Le soddisfazioni mancate nel 1950 e nel 1954 saranno risarcite con gli interessi nel 1958 e nel 1962: per due volte vince infatti i mondiali. Lo fa sempre dalla panchina ma davanti ha un certo Gilmar, semplicemente l'"arquero" migliore di ogni epoca auriverde. Ci si può accontentare quando condividi lo spogliatoio con Garrincha e Pelè....

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Pure la Flu gli regala soddisfazioni ma nel 1957 succede che nel momento caldo del campionato il nostro Carlos si fa male a un dito. Il dottore, prudente, gli dice "Carlos, non puoi giocare due mesi con questo dito mignolo". Per una persona normale vorrebbe dire tribuna a vedere i compagni. Carlos però ha già fatto lo spettatore nel 1950 e lo farà ancora nel 1958 e nel 1962 e stavolta vuole giocare. In un calcio in cui tutti si dicono pronti a sacrificare tutto per la squadra a parole, lui lo fa in modo "carnale": chiede ed ottiene l'amputazione di parte del dito. Torna in campo e vince già nel 1957 il titolo desiderato. Diventa una leggenda e vincerà ancora molto nel Fluminense prima del ritiro nel 1965. Smette di giocare e comincia ad allenare ma è dura. Il campo gli manca, non riesce a fare meno di quel prato, dell'erba, del boato dei tifosi, della maglia sudata appiccicata addosso... Noi italiani lo sappiamo, è dura spegnere la luce per chi è stato al centro dei riflettori, Ago a Roma non ce l'ha fatta e anche Castilho non ce la fa: è depresso e nel 1987 si butta dalla finestra nella sua Rio.

Finisce l'uomo, rimane la leggenda: 

Transpirar la camiseta, derramar lágrimas y dar sangre por Fluminense, muchos lo han hecho. Sacrificar un pedazo del propio cuerpo sólo uno: Castilho

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